Passione e condivisione: Libreria BELGRAVIA di Torino

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Passione e condivisione: Libreria BELGRAVIA di Torino

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“Trasformazioni.”

L’impressione che ho avuto di questa libreria è che è molto curata; ma curata con una dedizione da amante.

EMANUELA BOTTI PRESENTA I SUOI LIBRI PRESSO LA LIBRERIA BELGRAVIA

Ho percepito la passione di chi la sostiene e gestisce; anche fisicamente la libreria si trova sull’angolo di un crocevia di Torino: come un punto luce in un cerchio buio.

Molto grande, Libreria Belgravia presenta un ordine…. invitante. Sostanzialmente è un luogo in cui capisci che potrai fermarti e gustare il piacere della parola.” BoEm.

Queste le parole della poeta Emanula Botti, autrice di FemmeoB per i nostri tipi di Edizioni SP e protagonista della serata di presentazione della sua ultima silloge lo scorso 6 ottobre.

Libreria Belgravia è un riferimento radicato nel territorio torinese. Una libreria che si offre al lettore cittadino, e, tramite i libri, instaura con esso un dialogo culturale.

Il libro come “strumento di trasformazione sociale”: alla radice del mondo libro esiste una missione culturale, umana, su cui Edizioni SP approda, onorata, per proporre la sua poesia.

Quattro chiacchiere

I librai Luca Nicolotti e Maria Caldarone sostengono e attualizzano Belgravia ogni giorno grazie a proposte accorte e numerosi eventi che fanno della libreria un punto di riferimento per ogni lettore appassionato. Luca Nicolotti ci ha lasciato una bellissima intervista che racconta la storia di Belgravia e condivide profonde e interessanti riflessioni sul futuro del mondo libro

Che cosa è e quando nasce Belgraviaù

Libreria Belgravia, nell’attuale gestione, nasce nel 1994 in uno spazio più piccolo, 35 mq più un soppalco di altri 15, radicato su un territorio torinese, Borgo San Paolo, storicamente rosso e antifascista, con un’alta densità di lavoratori dell’indotto auto anni ’60 e ’70, e con tanti appassionati di Che Guevara e del Torino calcio, no.nché devoti di Padre Pio.

Quando siamo entrati nella preesistente Belgravia, il vecchio e precedente libraio ci disse: “Tre tipi di libri non dovete far mai mancare ai lettori: su Che Guevara, padre Pio e il Toro.” Questo l’aneddoto; e questa la Belgravia quando vi siamo entrati.

Ma i flussi commerciali erano in crisi e noi avevamo già chiaro che erano finiti i tempi in cui il negoziante poteva restare seduto ad aspettare che la porta si aprisse ed entrasse il cliente a servirsi: bisognava uscire; nel nostro sogno, nel nostro immaginario, quando abbiamo iniziato questa avventura abbiamo dimostrato che si poteva far funzionare la libreria buttandola fuori.

È il libraio che prende i libri e li porta ai lettori, anche nei posti più disparati: un festival, per esempio, o nei riferimenti estivi dove la gente fa festa, si incontra, e dove la nostra proposta culturale acquisisce un senso.

Noi ci proviamo soprattutto come struttura di servizio per autori che non hanno la possibilità di raggiungere il grande pubblico. La gente ha accolto bene la nostra proposta, come si evince anche dalle nostre pagine facebook e instagram: accogliamo tanti eventi nell’arco di ogni settimana, uno, due, tre, fino a cinque… complessivamente Belgravia ospita centinaia di appuntamenti annui. E la gente risponde bene. Fortunatamente il tam tam funziona e non abbiano bisogno di seguire gli editori, che anzi spesso apprezzano la nostra attività perché capiscono la fatica che trapela tra le righe.

I titoli e i generi letterari più amati

In Belgravia i titoli che vanno per la maggiore sono sicuramente i noir, i gialli, magari con qualche intreccio psicologico (a Torino c’è una popolazione di noiristi davvero importante) .

Ci sono a Torino editori che pubblicano intere collane dedicati ai noir piemontesi, autori come Maurizio Blini, ed editori come Capricorno o Fratelli Frilli, che pubblicano solitamente noir e gialli per aree geografiche, come lo stesso Blini e Fabio Beccaccini; oppure Edizioni Golem che ha una collana di gialli importanti e riedita, far l’altro, una giallista storica come Gianna Baltaro.

Librai ed editori indipendenti: una questione.

Si parla di editori indipendenti, si parla di librerie indipendenti.

Libreria Belgravia, fra libri e mostre

Ma indipendenti da che cosa? Non si capisce bene. Negli anni ’90, alla fine del secolo scorso, il concetto di indipendenza si riferiva alle grandi catene, indipendenza dai grandi gruppi. In realtà non basta definirsi indipendente dai grandi gruppi per fare un lavoro qualitativo, sia che si faccia i librai sia che si faccia l’editore.

Siamo probabilmente pieni di librerie che non fanno parte dei grandi gruppi, ma che sono semplicemente venditori di libri; quello che deve caratterizzare una libreria indipendente è il lavoro come a Belgravia: un lavoro culturale di promozione della lettura ad alta voce, per quanto riguarda le scuole, di promozione degli autori. Deve essere un lavoro in cui la libreria arriva a vendere il libro attraverso un percorso in cui appunto prima di tutto c’è la condivisione degli strumenti culturali, e che siano strumenti di trasformazione sociale.

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I lettori, la condivisione

Per quanto riguarda l’editoria, il concetto di indipendenza dai grandi gruppi c’è tuttora, con però un elemento di novità degli ultimi dieci o forse quindi anni. Si è chiusa l’esperienza di grandi editori del passato come Dall’Olio, Rusconi o la SEI, alcuni di essi acquisiti o magari venduti a rivenditori più grandi; dall’altro lato c’è stato un proliferare di nuovi marchi editoriali.

Tale proliferazione nasce dalle nuove tecniche di stampa. Un editore una volta doveva gestire un forte investimento per stampare in tipografia e quindi di un titolo si doveva stampare almeno mille, millecinquecento, tremila copie per avere un “prodotto” sufficientemente competitivo; oggi con le tecniche di stampa digitali si possono realizzare anche piccole tirature con costi assolutamente contenuti.

Tutto ciò ha causato una proliferazione dei marchi editoriali che poi in realtà non hanno la distribuzione.

Quando un editore mi dice “io ti garantisco comunque la distribuzione sui siti online”, apprezzo lo sforzo, ma non mi basta; e soprattutto non mi serve, perché non dimentichiamoci che rimane un problema di lettore oppure di consumatore.

Curiosità

Chi si abitua a comprare libri online è una persona che sceglie di non farsi incuriosire, perché ritiene di avere chiaro già nella sua testa ciò che deve acquistare, grazie alle navigazioni online, e egli rimane tutto dentro un mondo virtuale e apparente, con i commenti altrettanto virtuali sull’Amazon di turno e quant’altro; e ritiene, a partire da questa navigazione, di aver individuato il libro di cui ha bisogno. Il lettore, invece, quello che passa in libreria, dice: “Io vorrei leggere questo libro qui, ma dimmi tu se vale oppure no e eventualmente fammi altre proposte”: al lettore che arriva in libreria posso anche far vedere una proposta altrettanto valida – se non ancora più valida – dell’editore indipendente, mentre invece al lettore che si nutre di suggerimenti online questa proposta non posso farla. Purtroppo, paradossalmente, l’80% dei nuovi marchi editoriali ha una pessima distribuzione sulle librerie e si vanta proprio di avere una buona vendita sull’online. Ma così non lavorano alla costruzione di lettori, ma di semplici consumatori.

La passione che regge la Libreria Belgravia

Quanto resisterà la passione?

Le passioni, se non subiscono delusioni, durano una vita. E quindi la nostra passione è destinata a durare il tempo del nostro impegno lavorativo.

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IL LOGO, UNA IDENTITA’

Il futuro è comunque garantito dai nuovi lettori, dalle nuove persone che si affacciano alla filiera del libro con altrettanta passione. Passione e sapienza fanno la differenza, ma tra l’altro fa la differenza in qualsiasi campo. Mi permetto un aneddoto. Noi abbiamo gestito la presentazione di un libro, di Margherita Oggero, dedicato al pane. Lo spunto era il pane perché Margherita Oggero parlava di suo padre tornato dalla prigionia e del loro cibo durante la guerra, pane e latte; così abbiamo proposti una presentazione e ci siamo inventati una liaison, per fare questa presentazione, come un fornaio. Ma con un fornaio di questi di “grido”, che vanno “di moda oggi”, da foodblogger diciamo, che infatti viene chiamato a fare il formatore e uno che ha trasformato il suo panificio in una boutique dove si usano farine particolari e dove quindi c’è un’attenzione al cibo, alla sua provenienza. Beh insomma appunto questi che cosa ci raccontava? Che aveva cominciato a fare il fornaio facendo il garzone di bottega e dormendo dentro il negozio del suo titolare, e svegliandosi alle due di notte per impastare il pane. Dopodiché gli è scattata questa curiosità e questa passione di esplorare i vari tipi di grano e farina che lo ha portato da un lato a fare scelte innovative e a dipanare un filo di proposte di attività a tutti gli effetti che gli danno anche degli ottimi risultati economici.

Innovazione

In sostanza senza passione non c’è innovazione; e in definitiva senza passione non c’è neanche un’attività effettivamente redditizia. Quando oggi come oggi siamo circondati e bombardati da messaggi di gente che ci dice: “ah vuoi fare i soldi, allora ascolta, usa ‘sto metodo…” Se fosse così semplice saremmo tutti quanti milionari. Anche la persona stessa che trovi su Facebook e che propone il metodo e il trucco per vendere di più… non si capisce perché sia ancora lì. Potrebbe essere alle Seychelles, insomma… C’è qualcosa che non funziona. E la cosa che non funziona è proprio l’idea che ci sia un metodo razionale per vendere di più.

No, la cosa che fa vendere è la percezione delle persone che hanno di te e del fatto che dentro al tuo lavoro ci metti passione. E se ci aggiungi competenza, voglia di essere costantemente aggiornato. Con onestà.

Il futuro del libro.

Il futuro del libro è declinato come il futuro della scrittura. In realtà credo che dal tempo degli egizi, anzi da ancor prima, dal tempo delle incisioni rupestri, nasca l’esigenza di trasformare le cose che diciamo a voce, la nostra storia orale, in qualcosa che resti, che lasci un segno fisico. È un’esigenza che parte dalle incisioni rupestre o se si vuole dai Menhir e il modo nel quale venivano messe le pietre nella preistoria. Quando è iniziata la stampa tipografica con Gutenberg, è stata inventata la scrittura sotto forma di libro e credo che oggi ovviamente abbiamo tanta stampa a partire da input non più manuali, ma di tipo informatico; tuttavia resta l’esigenza di una scrittura. Poi le modalità di scrittura, ovviamente non sta a noi deciderle. Ho tre figlioli adolescenti e una volta si pensava alle fidanzate, si mandavano i mazzi di fiori o i bigliettini. Oggi che cosa usi?

Whatsapp

Oggi i ragazzi usano i WhatsApp o gli stati di Instagram, quindi la scrittura resta, di altro genere – sicuramente a noi non piace e sicuramente è una base di tecnica di scrittura sulla quale bisogna far lavorare i ragazzi affinché acquisiscano una tecnica di scrittura decente, anche se circolano già dei libri che sono un insieme di tutta una serie di sms o libri che immaginano una vicenda che si dipana unicamente attraverso i canali telematici. Ma la voglia di lasciare un segno scritto e stampato resta.

Scrivere?

Giusto l’altro giorno c’era un cliente lettore che mi ha fatto una battuta: “ormai tutti quelli che vanno in pensione si mettono a scrivere un libro”. Non è proprio così, ma si avvicina molto alla realtà. Sono forse i sessantenni di oggi, ma i sessantenni di oggi sono nati negli anni Sessanta e hanno vissuto pienamente la rivoluzione digitale; magari non sono dei nativi digitali o degli smanettoni come i nostri ventenni, ma non sono neanche delle persone che ignorano cosa sia un computer o una mail e quant’altro.

Pubblicare. E i lettori?

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LIBRERIA BELGRAVIA E SCRIVERE POESIA EDIZIONI

Però appunto vanno in pensione e si mettono a scrivere. Scrivono al computer, poi mandano i file in giro e con fretta vogliono, trovare l’editore che li pubblichi; e se non trovano subito nel giro di tre/sei mesi l’editore che li pubblichi a quel punto passano all’autopubblicazione con Amazon e con le varie piattaforme di autoproduzione; infine si portano in giro i loro libri. Avendo avuto anche modo di fare presentazioni, conosciamo tanti autori di questo genere. Al momento direi che il libro gode di ottima salute. Ma come lo leggiamo? Lo leggiamo su carta, lo leggiamo su e-book o meno ( e questo mi sembra un aspetto secondario) però appunto l’esigenza di avere un libro stampato sotto al naso mi sembra che abbia ancora una lunga prospettiva.

I ragazzi e la carta

Mi permetto ancora una battuta: noi facciamo anche forniture scolastiche e regolarmente, negli ultimi anni, negli elenchi delle liste scolastiche dei libri che vengono adottati ci sono anche degli e-book; ma i ragazzi ci dicono “no per favore dammi il libro cartaceo”. E sono ragazzi appunto che fanno le scuole medie o le scuole inferiori o superiori.

Insomma questa preoccupazione della fine del libro mi sembra un modo per nascondersi, per non farsi la domanda sulla qualità che invece è necessaria per ricostruire e riattivare buone scritture che condividiamo, stampiamo e facciamo circolare.

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