Scrivere poesie

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“La poesia non è meno misteriosa degli altri elementi dell’Universo.” Jorge Luis Borges



Scrivere poesie: sia per il momento creativo coinvolto, per le tematiche scelte e certamente per il modo di lavorare sulle parole si parla di un mistero che sempre si cerca di sondare. Un mondo cosciente in collisione con quello oscuro dell’animo. Di certo la poesia si fa buona esattamente come un buon vino che necessita di ombra per far fiorire le sue proprietà organolettiche e, in futuro, le piccole gioie al palato. La verità è in ombra, non spettacolarizza le parole con cui si rivela.

Leggevo ieri notte il poeta americano Mark Strand (Pulitzer 1999) pubblicato per i tipi di Donzelli; scriveva:

Serena compiutezza? Solitudine?

Forse il suo mondo, pieno di esperienze e parole, si avvicinava al silenzio; ne consegue che scrivere poesia è azione illegittima per dare suono codificato al silenzio stesso. Ma siamo umani e abbiamo questa riluttanza ad avvicinarsi al silenzio, somigliante alla morte. Fra morte e senso di meraviglia, fra sconforto e amore si muovono le parole per scrivere, rivelandosi difficilmente adeguate a raccontare le nostre necessità spirituali.

La poesia, che assomiglia per natura a un musicare che ne innerva il pensiero, dovrebbe essere ovunque; e forse lo è già; ma non è effettivamente difficile avvertire o immaginare la musica delle cose?

Nella sua silloge d’esordio (appena uscita) Andante Poetico, la cantante lirica e poetessa Clarissa Costanzo confessa:

Talvolta spaventa questa libertà di fluire, di essere, di accadere e non so dove mi condurrà, ma ci voglio andare – disperatamente – assecondare il richiamo, voglio scoprirlo e restarci, giacere lì, in fondo a me stessa raggomitolata, trasparente, fare esperienza di fermezza aeree e sagaci, essere fugace, vereconda, dispersa, irreprensibile.

Ci si può perdere nella poesia, come si disperde inesorabilmente un canto, e al tempo stesso trovare appiglio e radice duratura nella vita? Quella vita trova assonanza nell’animo di chi scrive e nel percorso interiore raccontato si descrive una condizione umana comune, la ricerca mai banale delle senso delle cose e di noi connessi alle cose stesse. Il lettore, per ultimo ma non ultimo, coinvolto nel senso della poesia e posto ad accogliere la voce dell’altro può accettare – con le parole di Alberto Bertoni e del suo libro per il Mulino “la Poesia” – e iniziare non un esercizio meramente estetico, ma più propriamente etico; perchè di questo è da sempre capace la parola poetica.

Scrivere poesia può essere – fra le mille possibilità – anche un viaggio a ritroso che dalla parola, nella sua evocazione musicale, ritorna a noi, al nostro animo. Si parte in solitudine ma si incontra l’altro da sé. E al ritorno – e paradossalmente nel momento dell’addio con la parola o con il lettore – non si è mai soli.

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