Lettere a un giovane poeta. E a se stesso.

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“Nessuno può consigliarti e aiutarti, nessuno. C’è solo un modo. Entra in te stesso.”

Sono buoni versi? Ho scritto bene? Sono
poeta?

Questo chiedeva in
sostanza un giovane e aspirante poeta al grande Rainer Maria Rilke. E
Rilke – con puntuale garbo – rispondeva con una serie di missive
senza mai davvero rispondere; ma toccando sempre il nocciolo della
questione.

“Domandatevi
nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Se v’è
concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice
“debbo” allora edificate la vostra vita secondo questa
necessità.”

È un piccolo
capolavoro, sincero e appassionato, edito per la Piccola BibliotecaAdelphi. Un evergreen perfetto per ogni appassionato di letture e,
ovviamente, poesia. Testo di profonda consapevolezza nato da
un’esperienza poetica ricchissima, unica e precoce, Rilke (agli inizi
della sua carriera ma già apprezzato poeta) rispondeva al suo
interlocutore, Franz Xaver Kappus, giovane aspirante scrittore in
cerca di una guida che lo aiutasse a capire se la sua poesia fosse di
qualità e, di conseguenza, se dovesse continuare la sua carriera
militare (Kappus era un ufficiale) oppure intraprendere la via della
letteratura.

Essendo Kappus a un bivio
che avrebbe deciso la sua vita, Rilke – pur con ritardi nelle lettere
di rimando, ma sempre attento alle sorti del suo “allievo”
– serviva alle necessità del suo interlocutore che vedeva nella
poesia un modo di vivere in cui credere.

Le sue lettere sono
profonde. Avvertono Kappus: la scrittura pone un modo di vivere (ed è
un vivere) in piena e attiva attesa delle cose di mondo da cui
attingere; l’intera esistenza è in ascolto e anima e corpo fremono
mentre aspettano – ma che cosa? Forse un atto decisivo in cui arte e
vita combaciano e si elude il tempo – una traccia di noi che al
tempo resiste e, come l’arte, perdura e non si dimentica.

Una prospettiva
straordinaria, dunque, ma anche un’ardua scommessa cui riporre la
speranza. Rilke in effetti confidava che il giovane Kappus, sempre
indeciso sul da farsi (in Rilke incorre l’esigenza di condurlo nel
mondo poetico, vedendo in esso un talento) abbandonasse la carriera
militare per sposare quella letteraria, ben più difficile, incerta e
rischiosa. Ma il sacrificio era inevitabile e doveroso.

Lettera dopo lettera le
parole diventano complici, pieni di intesa, e con felicità
riguardosa raccontano dell’anelito verso la poesia, esperienza quasi
spirituale ed erotica al contempo, totalizzante e continuo esercizio
cui volgersi sempre con passione e dedizione assoluta: il linguaggio
è chiaro, diretto, spesso evocante la coscienza, punto d’approdo dei
sogni e dei pensieri e punto creativo nevralgico che costantemente
riconosce “più coraggio all’eterno.” Ma lascia un interrogativo:
a chi si rivolge davvero Rilke? Forse le parole specchiano proprio la
sua coscienza; le lettere sono un vero esercizio poetico per
ricordare una personale e vertiginosa missione poetica a cui Rilke
non rinuncerà.

E Kappus?

Scelse la carriera
militare ma fu scrittore, redattore, uomo ben attivo presso varie
associazioni culturali. Le sue opere son quasi dimenticate; e il suo
nome è stato effettivamente eternato da colui a cui si rivolgeva e
che egli fece bene a pubblicare, lettera per lettera. Quasi fosse un’opera sua più che
del genio di Praga.

 Lettere a un giovane poeta

Rainer Maria Rilke

Adelphi edizioni

Pagg. 142, € 12, 

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