La somma poesia di un trovatore

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“Voglio cantare con parole semplici e preziose”

«O frate», disse, «questi ch’io ti
cerno

col dito», e additò un spirto
innanzi,

«fu il miglior fabbro del parlar
materno.

Versi d’amore e prose di romanzi

soverchiò tutti; e lascia dir li
stolti

che quel di Lemosì credon ch’avanzi.»

(Purgatorio, XXVI, 115-120)

La poesia di Arnaut Daniel è indispensabile. Poeta straordinario, i suoi versi appaiono come un prodigio di naturalezza, sono limpidi e sensuali, amorosi ed erotici. Un poeta attuale: da vivere e rileggere ogni giorno.

Arnaldo Daniello (così italianizzato) fu un trovatore: figura oggettivamente eccezionale in varie arti e parti; artista che offrì con talento e libertà creativa soluzioni artistiche fra le strade e le corti delle città medievali. 

E Daniel, presentandosi al nostro:

«Tanto mi è gradita la vostra cortese
domanda,

ch’io non mi posso né voglio
nascondere a voi.

Io sono Arnaut, che piango e vo
cantando,

guardo pensoso la passata follia,

e guardo gioioso, davanti a me, la
felicità che spero.

Ora vi prego, in nome di quella virtù

che vi guida al sommo della scala,

vi sovvenga a tempo debito del mio
dolore!»

(canto XXVI, ai versi 140-147)

Non si pensi al trovatore come vagabondo che si improvvisava artista pur di racimolare qualche moneta. Era un uomo di cultura, studioso, probabile ex allievo di Università fondamentali. A loro va il merito di diffondere (almeno in Francia, senza dubbio) la fondamentale innovazione dello scrivere in volgare, lingua più vicina alla propria terra e alla propria nazione. Riferimento essenziale, il trovatore ebbe in Daniel il sommo poeta che “soverchiò tutti”. Talento prodigioso che perfino Dante ammirava (dal Canto 36 del Purgatorio, dedicandogli – caso unico – tanto spazio che nessun’altra figura ebbe) quale migliore fra i poeti. Virtuosista stucchevole o genio  (secondo Ezra Pound) egli  ridefinì la forma poesia con l’invenzione della sestina, entro cui far vivere rime ricercate, difficili ma mai pompose.

Nel bel libro edito da La vita felice (sempre attenta alla riscoperta di piccole gemme della letteratura) riscopriamo un Daniel innamorato. La donna cui dedicare il suo desiderio è una dama di corte, e, pur ricambiato nell’affetto, era un desiderio che la dama stessa negava, forse per eccessiva vergogna.

Caro viso, tutto desiderabile,

molto

Dovrò patire

Per il vostro orgoglio,

Perché siete la ragione

Delle mie pazzie […]

L’aria crudele (che intitola la raccolta) satura di inganni, costringe il poeta ai sotterfugi, ad accettare gli scherzi crudeli di corte, le prese in giro – e ciononostante Daniel rimane a respirare, a sopportare, a fingersi solo, e in realtà fedele a un bene corrisposto e nascosto alla corte che non capisce né accetta il gioco d’amore che il poeta ha accettato. La dama è sua, egli lo sa, e sopporta il giorno pur di giungere alla notte, quando – certo di non aver rivali – può giungere al punto in cui consumare il suo desiderio. Ma è davvero un amore che non sia rinchiuso in un sogno?

Abbiamo fatto un accordo:

dentro il mio cuore,

che tutte le sere,

io Arnaut,

la riveda senza rivali:

non altro pensiero

è il mio desiderio.

Il suo poetare, difficile da apprendere (ma a noi agevolata dalla rivisitazione in italiano di Piero Marelli), è giunto incredibilmente con forza intatta – rivelandoci, nella tessitura di parole leggere e penetranti e imperiture, un grande poeta di ogni tempo che ancora può insegnarci la poesia

L’aur’amara

(L’aria crudele)

di Arnaut Daniel

Edizioni la Vita Felice

pag. 115, € 10

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