La scrittura creativa e il Mistero alla sua origine

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Tracciata in ogni dove,
la parola scritta è sintesi di quanto è stato vissuto e
pensato fino a un dato momento della vita, è un atto creativo in cui
si fissa il tempo nella speranza – o illusione – di fermarlo, o
di incidere su di esso la propria firma e identità.

La parola ha un peso
specifico nellapoesia: è come un seme minuscolo capace di
generare una sequoia che sfida ogni altezza e si innalza sopra ogni
bosco.

Le parole del romanzo
invece compongono proprio il bosco. E chiunque lo abbia seminato, è
costretto a trovarsi un sentiero per superarlo affinché non ne resti
intrappolato, inabissato nella sua fitta ombra. Nel romanzo, presto
l’idea principale e la sua struttura ne arrestano la creazione: ne
viene l’incubo del blocco creativo.

È necessario orientarsi
in questo bosco, e non perdersi accettando il proprio tormento. Molti suggeriscono di affidarsi al
talento, altri alla tecnica o, se possibile, a un talento affidato
alla tecnica. Si inizia dunque con l’idea di genio; poi una scaletta
che anticipa e aiuta a strutturare l’andamento del testo, e
finalmente si scrive, facendo uso di ogni tecnica fantasmagorica
appresa da corsi di scrittura creativa o, come in tanti credono,
affidandosi all’ispirazione e scrivendo di getto venti pagine al
giorno, novello Jack Kerouac.

Il bosco ne esce immenso,
quasi una foresta: e ci si perde in esso.

Una volta perduti, il
romanzo si rivela per quello che è: sconclusionato e nemmeno scritto
bene.

La Verità si fa
spazio. E l’autore?

Perché forse non è
questione finale di tecnica e talento, ma di esserci. Esserci
e rispettare i personaggi, affrancandoli dalle banalità consuete e
avvicinandoli alle loro stesse verità: sono personaggi, non
figurine. Pensano e seguono una logica di comportamento e movimenti
grazie cui tradiscono una psicologia senza nemmeno esporla e
particolareggiarla; se un uomo è timido e insicuro, non viene
descritto come tale, giacché la definizione lo conchiude in
un’immagine statica di quello che è (alcuni la chiamano infodump,
informazione spazzatura): sarà lui a dimostrarlo, per esempio
nell’incapacità di parlare spigliatamente con una ragazza di cui si
è invaghito, o a una imbarazzante riunione di lavoro…

Dall’altra parte,
il lettore incontra il personaggio e si appassiona nello scoprire chi
sia, eroe o antieroe o eroe riluttante: ne ama la fragilità, il
coraggio, perfino la vigliaccheria – ne ama l’umanità. Se
il personaggio così vive nella sua mente, diventando autentico nella
sospensione della realtà che il lettore deve concedergli, e allo stesso
modo vivono l’ambiente e gli altri personaggi che vi gravitano,
allora il romanzo funziona. Il bosco è florido, su di esso splende
un sole clemente e, alla giusta ora, il lettore ne può uscire
soddisfatto, esattamente come prima aveva fatto lo scrittore.

Ma è anche vero che lo
scrittore, che è d’altronde il progettista del bosco, si era quasi
perso. Eppure, nella sua presunta onniscienza, ne riconosce ogni
singolo ramo e foglia; o meglio: conosce un’idea del bosco.
Per contro un albero cresce debole, e vicino alcuni rami si allungano
contorti, improvvidamente il terreno fa inciampare ogni passo con
buche e tranelli – e qualche bestia oscura lo paralizza,
istintivamente, facendogli credere che non esista via di fuga. Lo
scrittore d’un tratto non si crede più così infallibile e dubita
del posto frondoso in cui si è cacciato.

Passare al bosco è impresa ardua. Significa anche superare gli schemi degli automatismi,
della massificazione del gusto e del banale. Il paradosso per lo
scrittore è l’origine stessa di quel raggruppamento di idee: egli
stesso. Può passare il bosco liberandosi di se stesso e lasciando la
libertà alla sua storia, che si sviluppa senza interdizione?

Riprendiamo il
personaggio: egli è nato per essere bellissimo, ricchissimo eppure
ovviamente “oscuro” dentro, ovviamente misterioso e perciò
(perché così dev’essere) ovviamente sensuale; guarda caso,
ritrovandosi senza vestiti (perché deve spogliarsi) scoprirà una
muscolosa tartaruga e, se proprio necessario, rivelerà infine una
virilità irresistibile e minacciosamente strabordante che dominerà
con tutto se stesso una ovviamente ingenua e in realtà bellissima
ragazza disposta a tutto pur di convertirlo all’amore vero (a quale libro sto accennando?)

Insomma, grazie alle idee
stereotipate che lo scrittore sviluppa pedissequamente, il bosco
viene superato per un semplice motivo: è stato inaridito. Lascia lo
scrittore amareggiato e con uno strano senso del ridicolo: ha finto
forse di essere creativo e ha seguito la massificazione del gusto?

Che cosa succede se
invece passa la verità, scomoda e ombrosa? Ecco che rientra
l’ispirazione, una idea malsana in apparenza.

L’uomo non è giovane, ma
di mezza età. È ricco, va bene, ma la ricchezza lo grava di
preoccupazioni amministrative e lo rende più affaccendato e
sgradevole; non è nemmeno un bell’uomo. Il suo rapporto con la
ragazza (che è quasi brutta, ma per niente ingenua, anzi,
intelligente e arguta) è complicato e scomodo e senza il sesso ad
avvicinarli – una difficile lenta intesa, un conoscersi intenso fra
ritrosia e timori, accomuna il loro destino. L’uomo, che pare
veramente sgradevole, cela anch’egli un segreto che non lo rende per
niente più attraente: mettiamoci per esempio una moglie impazzita,
nascosta in una camera, che ride nel pieno della notte come un
fantasma e infine gli incendia la residenza in cui vive. L’uomo ne
rimane deturpato, mezzo cieco; la ragazza fugge e non vuole più
tornare. Eppure l’amore, ormai affiorato, perdura tra l’uomo e la
ragazza, tutrice della figlia di questi e figura sempre più
importante nella dinamica della storia: anzi, è proprio lei la voce
narrante di questo intreccio romantico (a quale libro sto accennando?)

Il personaggio – i
personaggi – hanno la loro libertà. Lo scrittore concede loro tale
libertà affinché quel mondo abbozzato assuma una giusta dimensione.
Nell’avvicendarsi di tali pensieri indipendenti, essi combattono per essere se stessi e mostrarsi più dignitosi agli
occhi del lettore. D’altro canto l’autore, se davvero tiene a esso,
deve accettarne l’indipendenza, la libertà di essere imperfetti – annullandosi, scomparendo, libera quell’impeto vitale, originato chissà come, che li muove
misteriosamente. Fino all’epilogo.

Alla fine, attraversato
il bosco, lo scrittore, con un inspiegabile senso di libertà, volge lo sguardo verso tutto quello che ha
fatto crescere, tutto quel verde, e può concedersi uno sguardo
d’insieme, accorgendosi di un sottotesto, una sottotrama che
lascia un’impressione, una serie di pensieri ben diversa da quello
che egli aveva progettato, più profonda e ricca.

Dentro vi intravede il
lettore che passeggia assorto: è quasi tentato di richiamarlo, per
non smarrire la sua attenzione – ma resiste e lascia che il lettore
veda quello che egli non ha visto né pensato, lungi da ogni
presunzione. Il romanzo ha una verità specifica che va interpretata.

E va bene così.

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