La poesia, la verità, la libertà: Elizabeth Bishop

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Elizabeth Bishop pubblicò in vita solo 106 poesie, e magari ne scrisse altre. Propose quelle che perfezionò, rivide e visse ancora, raggiungendo una resa cristallina e tuttavia sempre passionale del suo pensiero. Vinse il Pulitzer per la Poesia nel 1956, a 45 anni, e nel 1970 il National Book Award. 

Considerata da molti critici come la più pura fra i talenti poetici del Novecento americano, fu figura discussa per il suo femminismo troppo connivente con la mentalità retrograda dei suoi tempi (benché lesbica, riteneva che la donna dovesse atteggiarsi in modo tale da compiacere l’uomo) ma in qualche modo la sua figura per intero si affrancava agevolmente da ogni etichettatura; benché lontana dalla poesia potente, romantica e confessionale (nonché militante) di Audre Lorde, per fare un esempio, ancor oggi Bishop rappresenta un vertice cristallino della poesia degli ultimi decenni. La risposta è semplice: Bishop era soprattutto poetessa, viveva e pensava per la Poesia e i suoi versi rivelano una perfezione formale difficile da imitare, eppure modernissima. Un nuovo classico che supera i tempi, le militanze, le ideologie. 

I racconti che in questo piccolo stupendo libro pubblica Adelphi, Il mare e la sua sponda, sono una testimonianza commovente e poetica del suo pensiero; ma un pensiero senza sconti, pervaso da una consapevolezza profonda e chiara di una poetica che richiede isolamento, solitudine e un amore totalizzante per la parola e per la sua capacità (effimera, purtroppo) di sfiorare la verità sul senso dell’esistenza. La narrazione è splendida, ovviamente poetica, sostenuta da un incedere quasi scarno della scrittura. Il primo racconto è quasi simbolico: un uomo il cui lavoro è quello di raccattare le cartacce in spiaggia e, in piena notte, bruciarle; l’uomo legge tutto quello che ricava, con indomita curiosità, e vi coglie parole e frasi decontestualizzate eppure intrise di un significato nuovo e suggestivo e il cui destino, al termine della notte, è volare via sopra le fiamme che le bruciano. È forse l’ideale del poeta? Il vertice a cui aspira, il silenzio, la catarsi della fiamma che brucia le parole scritte facendole librare in cielo? 

Nel secondo racconto assistiamo quasi a una apologia della solitudine: un uomo attende felice il suo rientro in prigione, una vera prigione, intesa come riacquisito spazio di libertà e come un ritrovo di sé stesso. Narrato in prima persona e con un tono quasi ironico, Bishop affronta il senso stesso di libertà, e chi la cerca rischia la totale incomprensione, la prigione dell’incomprensione. 

Ma non senza averci trovato un segreto appagamento, una felicità ironicamente sfoggiata e difesa. 

Elizabeth Bishop 

Il mare e la sua sponda

Edizioni Adelphi 

Pag. 42, € 5,50



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