La decomposizione dell’angelo, cinquant’anni fa: Yukio Mishima

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1970. Yukio Mishima scrisse le ultime righe dell’ambiziosa tetralogia, Il mare della fertilità, cinquant’anni fa; le ultime parole de “La decomposizione dell’angelo”  tennin gosui, tradotto per la prima volta in Italia presso Bompiani con il titolo Lo specchio degli inganni, poi riproposto col titolo corretto da Feltrinelli.

Alla fine del romanzo,  egli imbusta tutto, vi traccia sopra il nome dell’editore e vi aggiunge qualche lettera, tre in tutto.

Esce da casa e con il suo allievo/compagno/amante inizia una giornata da molti ricordata con tristezza, da altri con vergogna. È il giorno del suo seppuku. Mishima ha pianificato il suo suicidio, che commetterà a seguito di alcune azioni eclatanti che attirò l’attenzione del pubblico.

Le circostanze, il pubblico, le motivazioni e lo scandalo intorno al suo terribile gesto fanno parte della storia. Purtroppo la fama di Mishima, Scrittore che forse mi ha incantato più di ogni altro e insegnato tantissimo, è quasi sempre preceduta dalla fama del suo gesto.

Il primo libro che lessi, edito da Feltrinelli, fu Musica: raccontato dal punto di vista di uno psicologo che tiene in cura una ragazza, alla quale sfugge, nel rapporto con gli uomini, di toccare la musica, cioè l’orgasmo: la psicologia e i misteri femminili raccontato e trattato da Mishima per mezzo dell’io narrante del medico come un giallo sentimentale ed erotico. Una narrazione che mi avvinse per la forza estetizzante, l’eleganza e l’acume che contraddistinguevano lo stile di Mishima, sottile, bello, come una poesia – con il rischio di sfiorare la pateticità, sempre evitata, come si evince da un altro suo crudele racconto, una Stanza chiusa a chiave, ambientato in un Giappone annientato dalla seconda guerra mondiale, fra uomini e macerie segreti e pulsioni sessualiesistenziali da alimentare; in ogni suo romanzo, improvvisamente tagliente e violento (basti pensare all’amore fatale non corrisposto di una donna disperata per un ragazzo in Sete d’amore)  qualche parola, qualche frase si illumina di similitudine e metafora che lascia senza parole, quasi in contemplazione ammirata.

La bellezza del linguaggio figurato, capace di far trasalire.

Leggevo che nel suo ultimo romanzo questa attenzione veniva a mancare. La decomposizione dell’angelo è un romanzo quasi crudo, amaro, rassegnato e poco estetizzante. La biografia di Mishima si insinua fra le parole; il seppuku viene prefigurato forse a posteriori nel messaggio finale, impietoso e disincantato, che il romanzo rivela: tutto è finzione? Tutta l’esistenza è un assistere alla nascita e al disfacimento delle cose, senza potere alcuno di porvi veri cambiamenti?

Forse tutto ciò, anche questo pessimismo, “dipende da come si configura nel cuore degli uomini.”

Ma Mishima – ecco ancora l’uomo – voleva vivere per sempre. O voleva un’eternità in cui far accettare la propria esistenza, il proprio spirito? Nel luogo del nulla, “ove ogni ricordo è cancellato”?

Mishima lascia di sé un enigma che incrocia vita e morte. Ma per evitare il rischio di leggere la sua esistenza nella confessione di una maschera, possiamo concentrarci sulla sua eredità. Le sue opere. E in essa vederci l’ultima metafora della vita contemporanea, come lo stesso scrittore propose nel memorabile racconto Ali (in Italia presso Stampa alternativa) le stesse che dispiegandosi possono portarci ovunque, negli angoli reconditi dei sogni, o gravarci sulle spalle nel quotidiano, a causa del rifiuto di volare. 

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