Ernest Hemingway e l’eterno ritorno alla vita

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Ernest Hemingway e l’eterno ritorno alla vita

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Hemingway pose fine alla sua vita con un colpo di fucile. Fu proprio in questo giorno, in questa data, 59 anni fa, nel 1961. Vinse il Premio Nobel per la letteratura qualche anno prima, nel 1954.

Hemingway era componente di spicco della generazione perduta di esuli americani a Parigi, e, sotto l’ala protettiva di Gertrude Stein (con la quale non correva una gran simpatia) conobbe un fertile ambiente letterario e tentò la strada della letteratura, mentre la penna del giornalista gli faceva già mietere successi. In quell’occasione conobbe Ezra Pound, grande e influente poeta per più generazioni.

Lo stile del giornalista si riversa nelle opere letterarie di Hemingway: asciutto ed essenziale, ritmato per paratassi e incalzante.

Addio alle armi, Fiesta, Per chi suona la campana sono fra i romanzi più celebri e celebrati e gli diedero fama internazionale: romanzi indimenticabili e intensi in cui l’uomo diventa vero uomo e acquisisce una dignità contro le avversità della vita.

La vita; la vitalità irruente per viverla; Hemingway permea la sua scrittura di questa vitalità, sprezzante per il pericolo e perciò sempre lontano dal nulla che arreca la morte.

Ma una volta raggiunto il limite, una volta perduta l’ispirazione e preda della depressione, la sua vitalità ottimista venne meno. Per molteplici e misteriosi motivi Hemingway si tolse la vita, appena sessantenne.

Hemingway scrisse anche poesie, pubblicate in Italia nella prestigiosa collana de Gli specchi di Mondadori. Erano poco più che annotazioni che solo il verso poteva imprimere nel tempo e contenere.

Erano immagini di una vita che l’autore ha sempre cercato. Fino alla fine.

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