Alberto Moravia: il bisogno di poesia

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A che serve 

un uomo

nudo?

A nulla.

Perché Moravia scriveva poesie?

Narratore e talento precoce, osannato da critici e pubblico, tradotto nel mondo, egli è stato uno degli scrittori più importanti del Novecento europeo. Da L’indifferenza, pubblicato a spese proprie a ventidue anni nel 1929, a La Noia, capolavoro di maturità stilistica e consapevolezza letteraria, fino a La donna leopardo, cui aveva posto la parola “fine” a due giorni dalla morte e scritto con intatta lucidità e crudezza, Moravia ha esplorato l’animo umano e il suo conflitto con la contemporaneità, la sua solitudine, finanche le sue deviazioni sentimentali e sessuali; ha scritto con le premesse di un saggista, come immenso scrutatore che con mezzi e parole sempre più aride e incisive ricreava esempi di vita vissuta, quasi autobiografici, con un’indefessa e incalzante analisi psicologica. E sempre incalzanti erano le sue pagine, i dialoghi serrati, le descrizioni inquiete dei suoi personaggi. Era un narratore straordinario.

Eppure aveva tedio di sé, del suo successo e della scrittura; con l’eccezione de La noia, che dalla noia lo tolse nel pieno momento creativo e a essa lo riportò drasticamente. Per di più vi erano lacune nella sua attenzione e nel suo sguardo impietoso verso il mondo; era uno sguardo e una narrativa rivolti verso l’interno – le dinamiche di coppia, il disagio esistenziale – ma non verso l’esterno e i confini del mondo e dell’universo.

Solo con la poesia – confesserà – poteva sfiorare quei confini, eludendo ogni speranza di sogno, bensì come definitiva analisi della vita. Ed egli provava a scriverne, forse toccando una materia sconosciuta in cui ogni parola diviene assoluta. Ma non sapeva come lasciarle né viverle.

Le poesie qui edite in questo curatissimo libro da Bompiani(con la stupenda cura di Alessandra Grandelis) ci rivelano l’uomo e scrittore che anelava a qualcosa di puro e libero. Ogni poesia, corredata da una nota biografica, pare quasi un appunto e un punto fermo della sua vita. Vi son momenti di paura, di angoscia e orrore. La poesia stessa – dissonante e secca, un verso per una sola e ansiosa parola , senza musica, scritta quasi furtivamente e a singhiozzo – è il momento fuori da ogni maschera: la sua confessione, la sua verità.

Quelle parole e quei pensieri incastrati nella mente si svincolavano dal suo fitto lavoro e da ogni strutturata e guidata narrazione e compensavano (pare) ciò che non poteva dire in un romanzo, cioè in una finzione; ciò che oggi leggiamo è l’urgenza con cui le scriveva, più che la dubbia qualità poetica. E forse non erano poesie, ma la speranza di esser tali. Moravia le rimaneggiava spesso, confidando magari in una futura pubblicazione. Non erano poesie di un Moravia conosciuto, ma erano il Moravia vero da se stesso denudato. Il tempo vi si fermava, edulcorato dai ricordi che ancora, inevitabilmente, formavano abbozzi di storie o poesie-racconto e un ritratto straordinario di Moravia, più sensibile di quando traspaia ancora oggi dai romanzi; più debole e impaurito. Erano  versi che cercavano istanti illuminanti, come per Rimbaud, ed esaltazioni consacrate alla poesia stessa; ma restavano poco più che appunti: con sporadici e quasi casuali momenti lirici.

Moravia annaspava con queste parole così dense e decisive, non le abbandonava e vi ritornava negli anni, come per una speranza recondita di ricordare l’autenticità della propria esistenza. 

Alberto Moravia 

Poesie

Edizioni Bompiani

Pag. 208, €16

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