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Jacques Réda e la riscoperta della lentezza

Gloria Sinatra è poetessa e traduttrice di rara sensibilità, e lo dimostra in questo suo primo articolo per Scrivere Poesia, dedicato a un autore importantissimo del panorama poetico europeo

Poesia viandante

Il grande mistero della poesia spesso sorprende per il modo in cui dialoga con chi vi si accosta, infrangendo i muri del tempo e dello spazio. Il linguaggio del quale si serve il poeta, nel suo ruolo di tramite tra universi possibili, ha il potere immenso di creare relazioni, gettare ponti, ricucire brandelli.

Disorientata nel panorama socio-culturale, oggi la voce poetica si ritrova soffocata dal rumore del mondo e dall’insaziabile frenesia di fruizione dei suoi abitanti. Un bisogno incessante di novità che non innovano, di emozioni che non emozionano. Altrimenti, in caso contrario, una ricerca spasmodica di fuochi improvvisi, violenti. Uno scoppio furibondo che riesca finalmente a suscitare qualcosa di vivo negli animi spenti che ci si porta dietro ogni giorno.

È davvero questa la strada che la poesia contemporanea deve percorrere per poter affermare di avere un senso, una ragione di esistere per chi non sa ancora di averne bisogno e per chi invece la cerca?

Jacques Réda

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Jacques Reda

Da un passato non molto recente, dal luogo quasi dimenticato che ospita la vecchia leggenda del poeta flâneur, la poesia di Jacques Réda ci fa pudicamente segno con la mano. Una mano che odora di tabacco, mentre chi scrive s’incammina lentamente verso di noi a passo di jazz. Réda è considerato ad oggi uno dei poeti contemporanei fondamentali nel panorama letterario francese ed europeo. Eppure, in Italia, quasi nessuno ha mai letto una sua raccolta, perché non è mai stata tradotta. Figura carismatica, eclettica ma sfuggente, incarna il mito del poeta errante, non slegato dal contesto ma immanente ad esso al punto da fondervisi. Un’anima che raffronta le proprie contraddizioni nel contraddittorio della realtà. Una coscienza in cerca della pace che alberga nell’essenziale, nascosto dal fluire disattento delle coscienze urbane. Nel mondo ansioso eppure paralizzato del nostro tempo, in cui si perde un po’ per volta il gusto dell’attesa e della lentezza, frutto di una pandemia globale che ci ha immobilizzato e tolto la capacità di percepire lo spazio vitale che condividiamo con la natura, l’opera di Réda restituisce al lettore l’intensità di un breve incontro inatteso, l’improvvisa voglia di seguire un sentiero che non porta da nessuna parte, oppure ovunque, il bisogno di fluire liberamente nelle acque di un tempo dilatato, morbido, generoso. Una boccata d’aria fresca, o di tabacco introvabile in una via sconosciuta della Butte-aux-Cailles.

Delicatezza

È questa la delicatezza che si percepisce in meraviglie sconosciute al grande pubblico come Les Ruines de Paris, un piccolo museo di quadri in prosa poetica. Le tele di Réda guidano il lettore in un lento incedere fisico e metafisico attraverso colori, volti e non luoghi di una Parigi in pieno mutamento urbano. Il punto di vista è del tutto personale ma mai dominante, le immagini sono vivide, reali ma al tempo stesso inafferrabili ed estemporanee come il fumo che avvolge il poeta. Il libro è una polifonia armoniosa sul tema della periferia parigina più volubile, riservata, incosciente della sua bellezza trasandata, in perfetta sintonia con lo spazio mentale denso e mutevole del narratore flâneur. Questa sorta di poesia del caso per nulla accidentale, fatta di soglie, di brevi incontri, di epifanie, lega indissolubilmente la varietà delle emozioni a quella del paesaggio. Il narratore si immerge nelle tinte tenui del cielo della città, la beve, la respira e la omaggia con il suo sguardo gentile e apparentemente distratto, come potrebbe essere quello di un qualsiasi passante, libero di svanire nei labirinti dimenticati della banlieue.

Urgenza

Perdersi per ritrovarsi, vagare scoprendo di riconoscersi in ciò che ci circonda, sapere cosa si è senza attribuirsi una fissa dimora, senza l’urgenza di far parte di un “qui e ora” che non aspetta nessuno, che non rallenta mai. Potrebbe forse essere questa la verità che sfugge, la risposta ai bisogni di un popolo sempre più fragile e defraudato del suo tempo interiore? La lettura ma soprattutto la poesia può ancora incedere con delicatezza, dare sollievo dalla violenza del quotidiano? Potremmo provare a dare dignità e spazio a questi timbri di voce, offrendo una chance al lettore italiano, giudicato a torto o ragione disattento, di sentirsi accolto e rinfrancato, di godersi il privilegio negato della lentezza.

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