Poesia e Scienza, Scienza e POESIA

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Poesia e Scienza, Scienza e POESIA

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“Noi solitoni.”

Ancora una volta la giovanissima poeta e scrittrice Veronica Paladini condivide un’interessantissima riflessione in cui confluiscono due rami fondamentali del sapere umano: la scienza e la Poesia.

Nel nome della Bellezza.

 

L’uomo fa ricerca delle cose del mondo perché da esse si lascia meravigliare, e tale vocazione è sempre stata oggetto di curiosità, immaginazione, impegno. Le prospettive davanti a noi che sembrano da sempre svolgere un ruolo primario da quando l’uomo è tale – e perciò evolve, impara, conosce – vertono certamente nella cultura. 

Quest’ultima ha in sé un universo ampio e ricco di filamenti a cui è complesso rispondere in maniera lineare. La cultura umana da sempre protegge se stessa attraverso un tentativo univoco di rendersi universale. L’essere umano è prodotto della sua cultura, perciò costruisce sé stesso su questa ricerca continua.

Egli si mette da sempre in moto per farsi strada verso un rigore scientifico da un lato, questo grazie a discipline dure, obiettive – mentre dall’altra parte ripercorre una strada più vicina all’animo umano, intimista, quale è la dimensione artistica.

Spirito

Eccoci davanti a un panorama enorme, senza limiti, entro cui l’agire umano da secoli riproduce la sua cultura che è unica poiché prodotta dalla sua mente, dalla sua volontà, dal suo spirito. La strada dinnanzi alla quale ci troviamo non è schierata, né vuole esserlo, verso una strada tecnico-scientifica o verso una strada artistica: con calma e senza artifici passiamo da un panorama scientifico a umanistico-letterario rendendoci conto di come queste vie così lontane siano altresì vicinissime. Ci siamo mai domandati quanto vicine queste prospettive possano essere e quanto a braccetto siano state nei secoli precedenti? Un periodo storico è stato esempio di menti profonde che hanno voluto porsi interrogativi sull’esistenza umana al contempo studiando i fenomeni naturali con razionalità: era quello che facevano i filosofi naturali del Settecento. Così curiosi del mondo fuori ma tanto attenti alla dimensione psichica, spirituale, interiore. A quel tempo la psiche come la intendiamo oggi non esisteva perché era ancora il tempo di una riflessione più filosofica e non psicologica. Ma queste menti non hanno dimenticato quanto fosse importante unire il campo di ricerca e di studi tenendo conto sia della dimensione scientifica che artistica-filosofica.

Sconfitta e rinascita

L’epoca della rivoluzione industriale e successivamente il periodo romantico hanno definito una realtà idealistica e astratta contrapposta a un pragmatismo tutto scientifico e impersonale. In questo periodo l’uomo ha subìto una sconfitta da cui ancora oggi non si è ripreso. Una cultura – umana – sgretolata perché i due modi di vedere il mondo nella sua cultura unica, adesso, non sono più comunicanti. Un naturalismo razionale da una parte ha reso le ricerche scientifiche e le scoperte sull’universo attorno a noi meravigliose ma in netto contrasto con un sentire poetico-artistico del tempo. Allora dobbiamo ricordare quanto sia bello agire secondo una sola cultura, quella umana – e che il sentire scientifico può comunicare con il sentire artistico e poetico. Perché molte menti del passato erano in grado di farlo ed è giusto motivare oggi nuove le generazioni a interessarsi a entrambe le cose, pur non togliendo loro il gusto di una preferenza personale. Una preziosa capacità che è interesse verso le cose del mondo, curiosità di conoscerle, che si fa approccio alla vita.

Futuro

Come riuscire ad aprire uno spiraglio di speranza, anche solo accennata, nelle menti lettrici e nelle generazioni del presente e del futuro? Cominciando a parlarne ad esempio. Parlare, oltretutto, porta la necessità di citare qualcuno. Un premio Nobel può sembrare l’esempio calzante per cominciare questa strada a ritroso e apprendere qualcosa da quei filosofi naturali del Settecento che avevano una mente così aperta da mettere in gioco molte possibilità. Un premio Nobel, nell’era contemporanea, porta il nome di Roald Hoffman. Egli, un chimico teorico, appassionatissimo alla poesia – ci rivela come i “legami chimici” in realtà non sono così diversi dai “legami umani”: così come gli atomi che stanno insieme costituiscono le molecole allo stesso modo l’essere umano sta insieme costruendo rapporti umani. Non solo scoprendo nuove “sintesi chimiche” ma nuovi modi di “fare poesia”. Nuovi significati si aprono, nuovi modi di scoprire il mondo. Ed ecco che ritorna, presente e costante, l’urgenza della scoperta. Un linguaggio unico, quello umano, che racconta di come una mente scientifica possa scoprire la bellezza della lettura di una poesia e di come un letterato possa essere affascinato dallo studio della chimica. Per questo, il linguaggio scientifico si fa portavoce di una divulgazione maggiore, alla portata di tutti – condividendo apertamente senza troppi artifici quel percorso interessantissimo quale è la scienza.

Possibilità

D’altro canto, gli artifici poetici e le regole letterarie possono aprirsi a un ventaglio di possibilità ed essere aperti a venire incontro alla gente in modo fruibile, lasciando che le persone possano conoscere la bellezza della letteratura, dell’arte in generale.

In questo modo, Roald Hoffman ha cominciato a leggere poesia; a interessarsi ai poeti a lui vicino; ad aver contezza di quanta strada ancora c’è da fare affinché uno scienziato si renda conto della presenza di un’artista, e un’artista possa rendersi conto che uno scienziato ha anche lui dei sentimenti, come tutti! Alcuni esempi delle sue poesie rivelano una spontaneità di linguaggio ispirato da esperienze di vita vissute, immaginazione carica di creatività e voglia di parlare al pubblico – divulgando argomenti diversi, lasciando spazio alla curiosità e non cedendo alla pericolosa tentazione di definire uno schieramento scientifico da un lato e uno schieramento artistico dall’altro. Ricordiamo, egli è un Premio Nobel – un esempio impattante per tutti noi.

Chimica e Poesia

La prima poesia riportata è una confidenza intima del poeta-scienziato che immagina il legame, da qui il titolo, tra un prigioniero e un soldato in tempi di guerra – periodo nel quale lui è vissuto e che ricorda con intensità. La seconda esprime poeticamente una fantasia mai davvero realizzata di un ponte intercontinentale tra Siberia-Alaska che l’autore immagina con i suoi versi liberi. La terza, infine, è proprio uno tsunami libero di emozioni e pathos a cui l’autore non rinuncia creando così una poesia per il mondo. (Fonte: “Chimica e Poesia” – Roald Hoffman)

Il legame.

Avanti, sig. Gottlieb, può farcela,

lo so.

E sì, in ossequio al rubicondo

gentiluomo tedesco scuoiai gli altri.

Perché aveva ragioni dalla sua, filo spinato,

e con le giuste istruzioni

la parola, un manuale –,

mi aveva messo

in mano il coltello ricavato da un vecchio

corno d’ariete. Prova con i cervi,

se vuoi, mi disse.

E sì, c’erano cervi

al di là del reticolo e il coltello

con le vecchie lettere intagliate nell’osso

fendeva il grasso, senza impedimenti

se non in pochi punti. Me lo hanno insegnato bene.

E lui, ben vestito, con le scarpe tirate a lucido

che guardava in disparte, e io sapevo che a breve

mi avrebbe chiesto di scuoiare me stesso.

Per lui, anche questo potevo imparare.

Il ponte di Bering.

A detta degli anziani

un tempo il cielo era così vicino

che una freccia scoccata in aria

tornava di rimbalzo indietro. Il cielo

inghiottiva gli uccelli. A volte si stendeva

come nebbia lussureggiante

proprio sopra le nostre tende

e colui che si arrampicava in cima,

fino all’apertura da cui usciva il fumo,

parlava con gli dèi.

Vennero poi, sacrificando tutto

al tronco principale,

le sequoie che sollevarono

il cielo, e più su ancora lo sospinsero

gli uomini con palloni e telescopi

e divenne difficile parlare a tu per tu

con gli dèi, bisognava urlare o

ricorrere all’aiuto di sciamani.

Ora anche io ho volato sul Pacifico,

è profondo l’azzurro del cielo visto a 10.000 mt.

E dicono che un uomo ha camminato sulla Luna e

che la Terra si sta surriscaldando.

Io vedo lo smog, il cielo che riscende

sulla California.

Tsunami.

Un solitone è

un singolare

moto

d’onda, un’estremità

che viaggia solo

in un modo.

Lo abbiamo visto

una volta,

nel filmato si muove

incurante per una

superficie di platino.

I solitoni passano

gli uni

attraverso

gli altri

inalterati.

Tu sei un’onda.

Né ferma né

in moto,

non soddisfi equazioni.

Tu sei un’onda

impossibile (Fourier) da

analizzare.

Tu sei un’onda; nei

tuoi occhi grato

affondo.

Non solitoni, noi

non ci passiamo attraverso

inalterati.

 

L’autrice

 

Veronica Paladini nasce a Brindisi nel 1998. Educatrice Pedagogica, scrive dai tempi dell’adolescenza: esordisce con un romanzo youngadult su Amazon dal titolo L’ultimo filo di speranza con cui osa un’autopubblicazione.

Successivamente pubblica racconti con la società Dante Alighieri nella sua città e per le case editrici Il raggio Verde e Les Flâneurs. Pian piano la poesia entra nei suoi interessi e comincia a viverla: alcuni inediti sono stati pubblicati sul sito letterario Booktomi e su un blog Instagram Poeti insieme.

Il suo profilo Instagram @ilmiosentire_ condivide scrittura libera e riflessioni sulla crescita interiore.

Il suo esordio poetico avviene con l’antologia poetica Cuori a Kabul, edito da Graphe.it e conferma la sua voce originale e sensibile con un racconto e poesie presenti nel libro di esordio di Scrivere Poesia edizioni, l’antologia Negli occhi bambini.

 

 

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